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Tributo a Townes Van Zandt - 21 ottobre 2012


Figino Serenza è un piccolo paese a metà strada tra Milano e il lago di Como e da qualche anno sta diventando uno dei punti di riferimento in Italia per la grande musica. Dallo scorso anno è approdato a Figino il Light of Day, un evento benefico annuale ideato da Bruce Sprinsgteen e Michael J Fox per raccogliere fondi a favore della ricerca contro il morbo di Parkinson e da diversi anni ospita il Festival Internazionale dedicato a Townes Vandt, giunto alla sua 9° edizione. Non è un caso che abbia trovato casa non a Roma o a Milano, ma in un paesino sperduto di poche anime, perché Townes è stato un cantautore di culto che solo dopo la sua morte ha conosciuto il successo che avrebbe meritato. Townes Van Zandt è il cantautore dei cantautori e ha ispirato con le sue ballate un'intera generazione di musicisti e la critica specializzata lo pone sullo stesso piano di Bob Dylan e Leonard Cohen. Le sue canzoni sono state cantate da artisti del calibro di Norah Jones, Robert Plant dei Led Zeppelin, Sonic Youth, Devendra Banhart, Willie Nelson e Bob Dylan. L’appuntamento è per domenica 21 ottobre nel suggestivo Teatro di Figino Serenza e, prenotandosi all'indirizzo mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. , sarà possibile cenare con i musicisti alle ore 19.30.


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Anche quest’anno il cast sarà di altissimo livello grazie alla straordinaria partecipazione della songwriter della Lousiana Mary Gauthier, una delle cantautrici contemporanee preferite da Bob Dylan che l'autorevole rivista britannica Uncut ha paragonato a John Lennon per l'intensità emotiva della sua scrittura. Un altro ospite molto atteso è Tim Grimm che arriva per la prima volta in Italia dall'Indiana, la terra di John Mellencamp. Completano il cast Ben Glover dall'Irlanda, la giovanissima Lisa Marie Fisher dalla Germania, Keith Rose dal Canada, Ronald Tournment dall'Inghilterra, Andrea Parodi, Max Larocca, i Mandolin Brothers, Paolo Pieretto, Manuele Zamboni, Luca Dai, Francis Carnelli della Mama Bluegrass Band, Matt Waldon, Andrea Franceschini, Erica Opizzi, Renzo Cozzani, gli Stringpickers, Davide Buffoloi, Sean e Laura Domenighini, che saranno accompagnati da una straordinaria house band che vedrà alternarsi sul palco musicisti come Marco Python Fecchio, Fulvio AT Renzi, Andrea Alloisi e Michele Gazich. Come ogni anno la festa continuerà dopo il concerto presso il pub Amandla di Cermenate per incrociare nuovamente gli strumenti nella classica jam notturna. E la grande musica continuerà anche il giorno seguente col concerto di Mary Gauthier All'una&35circa di Cantù.


Maggiori informazioni:


Teatro dell’oratorio - Figino Serenza (Co), viale Rimembranze
Ore 21:00 - ingresso libero


Presenta: Pauline Fazzioli
Cena su prenotazione con i musicisti alle 19:30 scrivendo a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. (costo cena: 20 euro)

www.pomodorimusic.com 

Infoline 349 8348118

 

MARY GAUTHIER


...da quando Lennon ululava Mother non ci sono più state canzoni così nude e dense. Cinque stelle!...

(Uncut Magazine)


Mary Gauthier si è imposta prepotentemente negli ultimi 15 anni sulla scena del country alternativo e, più in generale, della musica acustica americana. La sua eccezionale sensibilità creativa e la sua voce calda e precisa la pongono su un livello di eccellenza assoluta e per lei si sono spesi, a buon diritto, paragoni e accostamenti altisonanti: Townes Van Zandt, Steve Earle, Lucinda Williams, John Prine. Mary fu abbandonata appena nata dalla madre a New Orleans, e visse il primo anno di vita in un orfanotorofio. Adottata da una coppia di Baton Rouge, a 15 anni ruba la loro macchina e scappa verso nord. È l'inizio di una spirale di perdizione in cui precipita: abuso di droghe, alcolismo, galera. Riesce a iscriversi all'università in Louisiana grazie all'aiuto dello stato, ma anche questa esperienza sfocia in un insuccesso. Dopo aver frequentato una scuola di cucina, apre a Boston un ristorante di specialità cajun, il Dixie Kitchen. Le cose incominciano a girare per il verso giusto, gli affari vanno bene, ha smesso di bere, e sta tornando fuori quella vecchia passione adolescenziale per la musica, suonare la chitarra, cantare e scrivere canzoni. Incomincia a esibirsi nei locali di Boston e, nel 1997, a 35 anni, pubblica il suo primo disco, Dixie Kitchen. Il successo giunge immediato quanto inaspettato: Mary ottiene una nomination come "miglior nuovo artista folk contemporaneo" ai Boston Music Awards, e parte in tournée per tutti gli USA con la Nashville Songwriter Association. Al ritorno vende il suo ristorante per poter finanziare il suo secondo disco, Drag queens in Limousine, che esce nel '99. Il disco ottiene 4 stelle dalla rivista Rolling Stone, e Mary diventa una presenza fissa a tutti i folk festival più importanti. La title track vince agli Indipendent Music Awards il titolo di "miglior canzone folk". Il terzo CD, Filth & Fire, è prodotto nel 2002 da Gurf Morlix (mitico produttore di Lucinda Williams). Il disco è nominato "miglior disco indipendente dell'anno" dal New York Times. Ancora prodotto da Morlix, nel 2005 esce Mercy now, prima uscita di Mary per una major. Il disco è inserito tra i migliori 10 dell'anno da numerosi giornali (tra questi Billboard e Chicago Tribune); Mary è nominata artista emergente dell'anno dalla American Music Association e Bob Dylan trasmette le sue canzoni nel suo programma radiofonico. Between Daylight and Dark (2007) è prodotto da Joe Henry (già produttore di Solomon Burke, Bruce Cockburn, Loudon Wainwright III, Elvis Costello & Allen Toussaint's). Il New York Daily News incorona Mary erede di Johnny Cash, il Boston Globe la paragona, per la particolare associazione di durezza e vulnerabilità, a Bruce Springsteen. Con l'ultimo disco, The Foundling (2010), arriva l'attesa chiusura di un cerchio. Mary è finalmente tranquilla, soddisfatta, in pace con se stessa e pronta ad affrontare i nodi emotivi legati alla sua infanzia, e lo fa con un concept album, tutto dedicato alla sua storia di neonata abbandonata. L'album è magistralmente prodotto da Michael Timmins (Cowboy Junkies), e vede la partecipazione di sua sorella Margo (voce dei CJ) e del grande Garth Hudson della Band, oltre a una canzone di cui è coautore Darrell Scott. Mary Gauthier torna in Italia nell’ottobre del 2012 per poche e selezionate date e i concerti saranno aperti dal cantautore irlandese Ben Glover.


QUALCHE INFORMAZIONE SU TOWNES VAN ZANDT


2012-tributo-fotoA Townes Van Zandt è toccata la sorte riservata da sempre ai più grandi autori, e cioè quella di tracciare un percorso capace di arrivare fino alle nuove generazioni. E’ per questo che la poetica lunare ed esistenziale del texano è giunta oggi ad influenzare musicisti di provenienze disparate quali Davanda Banhart, Sonic Youth, Cowboy Junkies, Tindersticks e molti altri che hanno mandato a memoria i chiaroscuri e le lacerazioni di “Waitin’ round to die”, “St. John the gambler”, “Nothin” così come l’intimismo ed il romanticismo di “If i needed you” e “None but the rain”, per poi costruirci sopra un’intera carriera. Townes Van Zandt ribadiva sempre ad ogni occasione che i poli attorno ai quali ruotava la sua musica erano essenzialmente tre: Hank Williams, Lightin’ Hopkins e Bob Dylan. E se i primi due gli avevano fornito una voce per l’anima, da Zimmy il texano ricavò una voce per la mente. E’ tragicamente curioso accomunare poi il destino del padre della country music con quello di Van Zandt: entrambi scomparsi in silenzio in una fredda notte di capodanno, l’uno a 45 anni di distanza dall’altro, entrambi perduti nel loro eterno peregrinare tra le strade secondarie d’America. Townes che, di fatto, portò ancora più avanti quei limiti che Williams aveva già rimosso e segnato nel suo breve decorso terreno. I dolori sentimentali e familiari della country music diventarono in Hank Williams lo specchio del fallimento di un uomo, molto più di quello che Nashville riusciva a sostenere tra i lustrini e le balle di fieno del Grand Ole Opry. Ma in Townes queste stesse sconfitte si mutarono in qualcosa d’altro, in voragini dell’anima e buchi neri da cui la luce non fuoriusciva mai. “Nothin’”, appunto: un Niente in cui l’uomo era nudo di fronte al mistero della propria anima e del proprio Dio perduto, “Alone and forsaken” come cantava Hank. Partito dai folk clubs a dalle coffee houses di Houston, respirando solo lontanamente il vento del cambiamento che spirava dal Greenwich, Townes completò nel tempo la propria maturazione da folksinger a poeta folk-hippy come lo ha definito Guy Clark. Mentre in California la legge dei fiori imperversava, Townes incontrò al Jester Lounge altri tre scapestrati imbevuti tanto di good vibrations quanto di Mezcal e di musica Mariachi: Jerry Jeff Walzer, Guy Clark e Mickey Newbury. Furono proprio loro ad unire il mondo alcolico del blues e di Hank Williams e le storie tragiche del country con le visioni surreali e i personaggi improbabili ricavati dalla cultura hippie e dal milionesimo ascolto di “Desolation Row”. Townes iniziò allora quel life-style che creò il suo tragico Mito: una vita spesa tra l’abuso di alcool e droghe e la scrittura di indimenticabili capolavori che però avevano tutte le caratteristiche e lo spirito di moderne folk-songs. La scena della nuova canzone d’autore texana era praticamente già nata e mentre intorno a questi sporadici segnali cominciavano già a riunirsi pensieri, idee e personaggi quali Richard Dobson, Steve Young, i Flatlanders, Rodney Crowell ed un imberbe Steve Earle, Townes aveva già consegnato alla Storia sei album e una valanga di capolavori assoluti della canzone d’autore americana: “Tecumseh valley”, “Kathleen”, “For the sake of the song”, “Lungs”, “If i needed you”, “Pancho and Lefty” e molti altri ancora. Sei album che furono di fatto invenduti, che portarono al fallimento la Tomato di Kevin Eggers non superando mai i confini del Lone Star State, ma che contribuirono a creare la leggenda locale di Townes Van Zandt, la cui vita e le cui vicende erano avvolte dal mistero ed affascinavano giovani ragazzi di strada come Joe Ely e Jimmie Dale Gilmore. Un canzoniere assolutamente nuovo era ora agli occhi e alle orecchie di un’intera nuova generazioni di artisti, un straordinaria collezione di storie che vedeva Hank Williams sposarsi con le strutture del blues; il rigore poetico del primo Dylan accompagnarsi ad una poetica stralunata ed esistenziale di chi, ogni tanto, gettava uno sguardo troppo profondo sul lato oscuro dell’esistenza. Un giovanissimo Steve Earle batteva tutti i bar del Texas in cerca di un qualsiasi segno del passaggio del suo idolo, ma Townes si era oramai già perduto, iniziando una seconda fase della sua carriera che lo vedrà riemergere solo di tanto in tanto dai suoi “buchi” alcolici per consegnare un manciata di splendide canzoni, vere e proprie cartoline dall’inferno vergate su carta prima di indossare nuovamente le “scarpe volanti” e sparire di nuovo. Negli anni a venire arriverà anche il grande successo di massa per bocca di Willie Nelson, Merle Haggard e Emmylou Harris, ma questo rimase solo un dato utile alle classifiche di Bilboard. Townes aveva già oltrepassato il confine, quella soglia dove vita ed arte non si distinguono più, dove sei tu stesso ad alimentare la leggenda che ti circonda prima ancora che siano gli altri, ed il tempo con essi, a farlo.

 

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